WALDERN

Settantadue anni, dentro una camicia da notte, a lume di candela. I piedi immersi in una bacinella piena di ghiaccio. Quando decise di imparare a suonare il Podonium aveva dieci anni ed era appena il 2721. Ora era il 2793. Il suo primo maestro disse a sua madre che “il ragazzo era già troppo in avanti con gli anni. I suoi piedi erano già troppo formati per assumere l’assetto di un piede adatto al Podonium senza soffrire troppo. Ma lui era troppo innamorato dello strumento e del suono di quella tastiera a pedali che insistette per cominciare a studiarla. “Posso esercitarmi tutto il giorno” disse al maestro; il quale gli sorrise e gli rispose: “il 99% di chi intraprende lo studio del Podonium resiste massimo un mese. I piedi soffrono atrocemente per almeno i primi due anni. E il dolore, seppure attenuato ti accompagna tutta la vita”. Poi prese un paio di scarpe da Podonium e le infilò con un lavoro di leve non indifferente ai piedi del ragazzo. Sentì che era imprigionato in una morsa come di tenaglia. “Fanno male, vero? Adesso proviamo a imparare i primi movimenti. Appoggiando i piedi del ragazzo sui pedali gli disse: “vedrai stasera come sarai ridotto”. E cominciò a guidargli i piedi sulla linea della scala di Do. I dolori erano terrificanti. Il ragazzo si mordeva le labbra dal dolore. Sentiva che ai piedi si aprivano dei tagli e che il sangue fluiva dentro le spesse calze di lana. Ma non urlava, anche se grosse lacrime gli colavano ai lati dell’occhio. “Adesso torni a casa e trai le tue conclusioni, ragazzo”. Poi guardò la madre e disse: “Mi dispiace, signora. Non è crudeltà. Le cose stanno cosi””

Quando tornarono a casa (i pochi passi che lo separavano dalla scuola al loro mezzo e dal loro mezzo parcheggiato davanti casa all’ingresso furono l’inferno) la madre lo distese sul letto e gli sfilò con attenzione le scarpe e le calze. Quest’ultime furono levate con delicatezza esasperante; il sangue si era rappreso e ogni centimetro in cui venivano sfilate per il ragazzo erano dolori e urla. “Adesso ti sarai levato dalla testa la tua assurda idea di imparare quello strumento”. Il ragazzo era troppo sofferente per poter rispondere. Pian piano, con linimenti e fasce, il ragazzo riprese a poter camminare abbastanza agilmente. “No” rispose alla madre, che venne sorpresa mentre stava seduta in salotto. “Voglio imparare a suonarlo”. “Non esiste storia, Walderm. Tu non diventerai uno storpio a causa del podonium”. Ma le insistenze, i lamenti, la depressione, alcune fughe da casa per raggiungere la scuola; tutto questo, alla fine fece desistere la madre. “Sono stupefatto dalla dedizione di questo testardo”, disse il maestro, il giorno che la madre, esasperata, chiese un incontro. Il maestro stava a mezz’aria con la sedia da cui non scendeva mai se non per suonare il podonium. “Io credo che vostro figlio abbia già scelto la sua strada. Lo lasci fare, lo iscriva alla scuola. Altrimenti? Meglio un uomo riuscito anche se storpiato e obbligato a stare su questa sedia che un infelice, non le pare?”. La madre disse che doveva pensarci. Ma qualche giorno dopo, convinta dalla bramosia del figlio nel seguire quella scuola, lo ripresentò al maestro. Come furono gli anni in cui Walderm seguì la durissima disciplina di questa scuola che vantava pochissimi allievi per uno strumento per pochissimi? Fu una guerra; una guerra contro sé stesso, contro le sofferenze, contro le vie impervie della tecnica. Il perfezionamento di questo strumento, un tempo in voga ma poi diventato elitario, sommo, delicato, complesso, misterioso costò al ragazzo la vita, che fu data in regalo al tempo mentre lui conosceva solo le mura di casa e quelle della scuola. Imparò anche ad andare sulla sedia argentata, sostenuta da getti di aria compressa. Come per i complessi pedali dello strumento così anche gli articolati comandi della sedia. Per lui divenne naturale utilizzarla al punto che scordò come si cammina. La gente, per strada, si stupiva a vederlo girare con quel mezzo che volava a rasoterra e che poteva salire sino a quattro metri dal suolo. I pochi che lo incontravano, perché a parte il tragitto da scuola a casa, per Walderm non esisteva aria aperta, né giardini, né mare, né nient’altro. Passarono gli anni; Walderm surclassò tutti i pochi altri studenti nel podonium. Il maestro riuscì appena in tempo a vedere l’inizio di quella che fu una carriera sfolgorante che vide l’ormai uomo Waldern passare di teatro in teatro, di concerto in concerto stregando pubblici sempre più importanti. Per lui qualsiasi repertorio non aveva segreti; passando dai classici come Leipzig, Fortanati, Gaussenz fino ai compositori contemporanei, ogni concerto del maestro Waldern era un trionfo. Poi la storia che scorreva a fianco a lui conosceva i soliti percorsi di pace e di guerra. Waldern vide la sua carriera salire alle stelle e precipitare nel buio. Le guerre distrassero la gente dalla musica. Ognuno era obbligato a partecipare a seconda del proprio grado, che veniva rilasciato dal ministero della Guerra tramite webinar ologrammici, elaborando piani, strategie, azioni oppure a ubbidire alle direttive informatiche degli stati maggiori, che, sebbene tutti effettuati attraverso il virtuale non mancavano di portarsi dietro scie di vittime, rovine di città e stati, ridefinizioni geografiche e politiche di paesi. Poi, con la pace, la musica era di nuovo al centro dei desideri dei popoli stanchi di guerra e desiderosi di bellezza. Così Waldern, per quanto fosse un estraneo alla vita, era da questa inevitabilmente visitato. Ora, a settantadue anni, viveva un nuovo momento di grazia. Dopo un duro oblio, durato una quindicina d’anni (il tempo della guerra tra il suo paese e l’Antrasia), periodo in cui si esibiva di rado e solo per alcuni potenti che volevano togliersi il vezzo di avere questa stravaganza nei propri ricevimenti privati, pur alle cifre esorbitanti che Waldern chiedeva, ci fu un innamoramento mai prima verificatosi per la musica eseguita al podonium. Waldern riconobbe di nuovo l’odore dei teatri, il calore del pubblico. Giungeva con la sua sedia argentata davanti allo strumento, appoggiava i piedi ai pedali e assieme alla calda familiarità del dolore, ormai divenuto il sale della sua esistenza, si cimentava nel suo complesso e articolato repertorio. I piedi andavano da soli, stretti in quelle scarpe aderenti e dure, per poter esercitare forza nei forti e fortissimi, dalle suole completamente lisce e inscalfibili grazie alla lega che le rendeva eterne e che Waldern non toglieva mai, se non per infilare i piedi nel ghiaccio. Proprio come in questo esatto momento, immerso in una flebile luce che rende le pareti di un caldo brunito e dove Waldern, vestito con una camicia da notte sente le sue estremità refrigerarsi e rigenerarsi. Quei piedi diventati un tutt’uno, senza separazione delle dita, inabili a camminare ma insuperabili nell’eseguire le complesse composizioni di musica serotonica, deviante, termoolistica e tutti gli altri linguaggi del repertorio della grande musica. Settantadue anni e sconosciuto a sé stesso se non tramite la musica che eseguie. Una vita muta tranne quando poggia i piedi, passava tra pedale e pedale ora con lentezza spasmodica, giocando sul tempo che impeccabilmente aveva interiorizzato, oppure volandoci sopra, costruendo polifonie impossibili col gioco della pedaliera e dei tasti poggiati sui due scarni manici posti sotto le dita. Solo lì Waldern prendeva coscienza di sé stesso e da fantasma quale era diventava un’entità definita, compiuta, traboccante. Così, dopo aver raffreddato i piedi, passata la lozione lenitiva, indossato le scarpe, si allungò sul letto anatomico, spense la luce. E morì.

MARANATHA

Finalmente, dopo tanti anni e tante preghiere, una notte (queste cose succedono sempre e solo di notte), improvvisamente, più fulmineo di un gatto e più silenzioso di un ladro; esattamente nel momento più acuto del dolore che mi accompagnava da anni, un dolore spirituale che a un certo punto aveva perseguitato la mia esistenza, come se uno spessissimo vetro si fosse frapposto tra me e gli esseri umani-soffrendo per il mio cuore freddo, perso in un mare di pensieri che agivano come anestetico, che poi un giorno la mia mente era andata in frantumi dato che ogni mio pensiero, sogno, incubo erano appoggiati sul vuoto. E questo vuoto era fatto di ghiaccio e non vedevo nessun panorama se non il mio riflesso franto in un miliardo di pezzi. Una notte, dicevo; una notte in cui la mia routine di follia aveva trovato una piccolissima breccia e, come un’infiltrazione d’acqua, si era prodotto un piccolissimo zampillo a guisa di sangue nerissimo e densissimo che andava a fare pressione sulla cinta e la innervava di microscopiche ma inesorabili crepe. Finalmente, dopo tanti giorni e tante preghiere, che mi si era seccata la lingua del cervello, insomma, per farla breve quella notte, nera e screziata di nubi rosse che chiamavano pioggia, mi è apparso Gesù.

È apparso proprio ai prodromi della tempesta che in quell’istante esatto si era definitivamente assemblata in cielo. Seduto sul bordo del mio letto, in penombra. Osservavo questa silhouette; un uomo leggermente sovrappeso, non alto, stava curvo, col mento che tendeva verso il petto. “Mi hai chiamato, mi hai richiamato, da mesi fai il mio nome senza pace. Eccomi. Mi chiedo perché mi hai chiamato, ad essere sincero”. Lo guardai perplesso; meglio, guardai il suo tono di voce, grave e arrocchito; sconsolato più che brillante. Risposi: “Ti ho chiamato così tante volte che non potevi non venire” “E perché non potevo venire? Ho mancato così tanti appuntamenti…”. Continuò dicendo che così tanta gente lo chiamava e lo aspettava e lui non si era presentato; sinceramente non sapeva bene nemmeno lui stesso perché avesse scelto di venire da me. “Nel tuo modo di chiamarmi c’era qualcosa di familiare”. Risposi che forse era così: che magari questa nota familiare era il motivo della visita. Che magari Dio aveva un progetto per me. Un progetto che avrebbe spiegato e dissolto la mia sofferenza in qualcosa di altro e grande. Gesù si rischiarò la voce e mi ricordò di un sogno che avevo fatto tanti anni fa. “Ti ricordi il tuo sogno in cui io e te facevamo colazione e io ti facevo vedere le ferite della crocifissione?”. Come potevo dimenticare un sogno del genere?. “Tu avevi già molta paura dentro ma io entrai nel sogno per cancellare la brutta immagine di quel fantoccio di legno che mi raffigurava che tanto ti impressionava quando eri bambino. Ricordi com’ero nel sogno? Ero come le migliori e più improbabili rappresentazioni che circolano ancora oggi. Biondo, occhi azzurri, alto, giovane. Ero io come mi volevi tu. Ero io con tutta la tua energia anche se piena di spaventi. Ero io come la tua mente mi voleva, piena di pensieri ma anche di gioventù. Ero te ma risolto”. Gli chiesi cosa mai poteva essere successo allora, dato che il suo aspetto, la sua voce erano drammaticamente ripiegati e scuri. “Anche ora sono come tu sei. È solo l’inizio”. Il mio stato d’animo cambiò: dal panico per una temuta follia all’angoscia della delusione. Gli chiesi: “Come solo l’inizio? Cosa mi aspetta?”. Gesù rispose dicendomi che tra qualche anno non sarebbe rimasto nulla di lui in me, che questa notte egli avrebbe smontato ogni più piccolo pezzo di lui in me e che, nonostante tutti i percosri che presi nella vita, era rimasto come fondo saldo di ogni mia particella esistenziale. “Non ci rivedremo più. Tu vedrai qualcos’altro diverso da me”. Nel dire quelle parole il tono era grave e afflitto ma fermo; sottendeva forse ad altro. “Ma” chiesi “se tu sei Dio dovresti avere il potere di cambiare le cose”. Gesù cadde in un breve ma intenso silenzio. Poi disse, lapidario: “Potere? Io non ho nessun potere di far niente. La mia vita è stata un fallimento dopo l’altro.”. Rimasi allibito da queste parole. Gli chiesi in che senso intendeva dire di un fallimento. Aggiunsi che, sì, lui in un certo senso aveva fallito ma proprio perché non era di questo mondo, che lo aveva detto a chiare lettere che la vita era al contrario di come doveva essere, e che ovviamente il mondo lo aveva ricambiato con la sua moneta. M gli ricordai della promessa. “Tu parli di promessa. Intendi il mio ritorno. Sì, c’era un progetto del genere, sebbene abbia dei ricordi confusi riguardo a questo. Ma certo ricordo che questo era parte del piano che andavo raccontando tra chi mi seguiva. Oh, quanta confusione sono riuscito a seminare tra voi uomini”. E poi disse che non si era fatto capire bene e che, insomma, quei libri che noi avevamo deciso di considerare come i Libri, ecco, non erano nient’altro che libri. Che lui non aveva pensato a scrivere nulla e che i testimoni della sua vita (aggiunse “presunti, io non li conoscevo tutti e quelli che ho conosciuto non li ho conosciuti davvero bene”.) avevano frainteso tutto, visto cose che non c’erano, come risvegliare un uomo in catalessi che tutti davano per morto. “Devo dirtelo, io invidiavo gli esseri umani. Così umani. La forza dell’essere umano era ciò che desideravo ogni momento. Ma non essendo capace di essere uomo allora presi la direzione contraria. Cercai di farmi notare. La mia energia era prodotta da una strana forma di invidia che altro non era che lo specchio rovesciato di un grande amore impossibile”.

La pioggia continuava a cadere. Era quella pioggia fastidiosa, quella che cade a lunghi e piagnucolosi fasci, gronda lentamente e pateticamente come bava proveniente da nuvole borgogna che vanno a infettare il cielo nero. Saranno state le quattro e Gesù continuava a parlarmi di sé, con tono rassegnato, quasi patetico. La sagoma nera era curva su sé stessa, il capo ancora più ripiegato. Io assistevo alla confessione di un vinto e sentivo la mia speranza affievolirsi. “Quello che non riuscii a far capire alla gente era che per una volta non avrebbero dovuto affidarsi a una persona carismatica. Le genti sono così, formazioni di singole individualità che messe assieme si privano di un volto e delegano a un altro di metterci la faccia. Poi cominciano ad adorare quel volto, forse perché aveva persino il potere di rimanere impresso sui veli (in realtà ero così pieno di sangue che difficilmente non sarebbe rimasta traccia della mia faccia su quel drappo di cotone grezzo che mi venne offerto per asciugare temporaneamente il mio viso macellato dai colpi di frusta e dai pugni ricevuti). In fondo io fui uno dei tanti che apparvero nella scena di Israele per portare conforto e promettere giustizia. Uno dei tanti che avevano cercato di illudere, molti a fin di bene, le genti che sentivano l’assenza di Dio, la cui voce era improvvisamente scomparsa dal cielo, dopo che per secoli si era fatta sentire a guida del loro popolo.”

“Ma allora” chiesi “come mai di tutti questi presunti messia solamente di te ci si ricorda così dettagliatamente? Come è stato possibile che la nostra storia sia ancora oggi determinata dalla tua storia?”. Feci questa domanda per non cedere all’idea che Gesù fosse uno dei tanti di passaggio, solo più fortunato. Mi rispose: ”Io credo che di tutti io fui il più ostinato e carismatico. Sai, per decenni mi mantenni nascosto al mondo. Dopo i clamori della mia nascita, accaduta per una fortuita convergenza di segni e astri, successe qualcosa dentro di me che mi portò a vivere nell’ombra di una famiglia e di un lavoro. Il perché non lo ho mai capito; non mi incontravo con gli uomini. Chiunque mi passasse davanti, alla vista mi procurava insofferenza. Non riuscivo a far quadrare i conti della realtà, mi sfuggiva dalle mani. Ma al contrario di molti, che presto si arrendono al giogo del reale, qualcosa nel mio pensiero cominciava a far crescere la sofferenza che poi tramutai in idea. Ed è la solita idea che accomuna tutti i personaggi d’eccezione, veri o presunti. Se non riesco ad afferrare il mondo allora devo cambiarlo. Mi innamorai di quell’idea; anche a prezzo di andare alla contraria del senso comune e di ciò che l’antico testamento proclamava. Fui io a meditare un’idea di interpretazione e di immedesimazione dei sacri testi; non credevo a quasi nulla dei fatti contenuti. Ero certo che se qualcosa di buono ci fosse doveva essere preso come si prende una salsa fatta filtrare dalla garza. Se non trovavo quello che cercavo allora piegavo le parole. Certe volte mi prende la nostalgia di mio padre, quello vero, quello di carne. Mi insegnava a lavorare il legno, a piallarlo, a modellarlo, segarlo. Quel lavoro rendeva bene, inoltre mi aiutava per qualche momento a pensare ad altro. A concentrarmi su misure, qualità, consistenza dei legni, precisione, passione per un materiale così umile e ricco allo stesso tempo. Un materiale che poi avrei incontrato per l’ultima fatale volta”.

Gesù cominciò a farmi tenerezza, era un pover’uomo sconsolato che vagava nel regno delle ombre senza trovare pace né senso riguardo la sua vita. “Ma in fondo, vedi: tu parli di legno. Il legno ha caratterizzato la tua vita. Io non credo fosse una coincidenza. In fondo era un presagio”. Per un attimo Gesù alzò la testa con un gesto brusco. Mugolò qualcosa di incomprensibile. Poi riprese a parlare con lo stesso tono mesto che aveva caratterizzato tutta la conversazione avvenuta finora. “I collegamenti…le profezie. Tuto questo è libresco. Tutto questo come la totale interpretazione della mia vita, breve e circoscritta vita di un essere narcisista e melanconico è stata presa e passata a ogni vaglio. Ogni giorno succede che qualcuno si sveglia e trova un collegamento, un’allusione, una profezia in ogni gesto raccontato nei libri scelti per narrarmi alla gente. Ma non ci sono questi collegamenti. Ciò che è scritto trova sempre le più complicate interpretazioni. Ma la lettera è morta. Sta lì inerte pronta ad essere presa e tirata da ogni parte, usata per i più contraddittori scopi, unita di senso con senso completamente conflittuale. No, io lavoravo il legno ed era solo un fatto senza altra ragione se non quella di certi giorni passati dentro un magazzino assieme a mio padre mentre dalle feritoie passava la calda luce di Israele, che fa crescere i frutti più straordinari, imbianchisce le strade e le sabbie, rende rigogliosi i prodotti della terra e splendide le donne che abitano qui.” Gli risposi che no, non potevo sentire quelle parole. Come poteva il figlio di Dio essere un povero rassegnato, vinto dalla storia che cadde addosso a lui? E invece, mi disse, era così. Che fu un giovane neghittoso, che preferiva parlare con gruppi spirituali che passavano i pomeriggi dentro delle umide grotte a spaccare il capello su ogni piccola azione umana. “E io ero conquistato da questa precisione d’orafo, questo dilungarsi, analizzare, scendere nel profondo di ogni circostanza. Il mio cuore era diventato duro. A casa i miei mi guardavano con un velo di tristezza negli occhi. Speravano che io trovassi moglie, che continuassi il lavoro di mio padre. Che mi ammorbidissi alla vita e ne assumessi le tecniche di sopravvivenza per andare avanti il più serenamente possibile. Che non mi occupassi dei rumori di guerra contro gli invasori romani. Che vivessi cogliendo ciò che di bello e sorridente potessi trovare nella vita, nonostante tutto. Così come mio padre si innamorò di mia madre, che per lui era tutto. Una moglie, un lavoro redditizio quel che bastava, dato che di carpentieri non ne bastavano mai e mio padre era uno dei migliori. Ma io, non si sa perché, crebbi fino a trent’anni testardo e duro come un diamante. Poi un giorno successe qualcosa, qualcosa di simile a ciò che ora è accaduto a te. Un giorno che uscii per strada per recarmi tra i fratelli della comunità. Erano le tre di un pomeriggio estivo, particolarmente caldo e luminoso. Mi fermai un attimo a prendere dell’acqua da un pozzo e fissai la luce del sole, che era inesorabile. D’un tratto tutto cominciò a girarmi attorno; svenni col ramaiolo dell’acqua che mi cade a fianco del viso e mentre perdevo conoscenza il rigagnolo dell’acqua formava degli strani intrecci che andavano ad annerire il terriccio sabbioso. Rimasi lì svenuto per non so quanto, un secondo, ore? Non lo so. Poi mi risvegliai tutto sudato e con un freddo interiore. Di colpo decisi di non andare all’ennesima assemblea. Cominciai a camminare in giro, a caso. Entrai in un mercato e mi infilai dentro la folla vociante, odorante di sudore, di alito pesante. Odori di spezie, di frutta fresca e secca. Carni esposte al sole con mosche che giravano attorno. Mi rimase impresso un mezzo agnello appeso contro cui le mosche sembravano accanirsi più che con altri pezzi di carne. Sentii nella mia testa che il diamante che rendeva duri i miei pensieri aveva trovato una forza che lo aveva sgretolato in miliardi di infinitesimali pezzi che formavano un caleidoscopio, in accordo con la variopinta scena del mercato che mi si poneva davanti. Camminavo smarrito, urtato di qua e di là dalle persone indaffarate a concludere i loro mercanteggi. Ero felice. Sentivo una forza sconosciuta che si insinuava nel diaframma e rendeva la pancia caldissima. Ero incantato dalla sensualità della gente.”

“Incontrai un campo di spighe che il vento faceva ondeggiare. Mi tuffai in quel mare colore dell’oro, ancora impregnato degli umori della folla, da cui mi allontanai per non essere sopraffatto del tutto. Dopo pochi minuti che mi trovavo disteso in quel campo, stremato dall’emozione il mio corpo reagì facendomi addormentare. Sognai Dio, al cospetto di quel volto pieno di luce. Sognai Dio che aveva un volto che mi sembrava di aver visto da sempre. E quel volto era il mio. Mi raggiunse una forza mai sentita, mai sperimentata forse da nessun essere umano. Dio ero io e la mia sovrabbondante felicità aveva il destino di essere destinata a tutti. Tutti dovevano essere come me. Tutti dovevano essere me. Così, risvegliandomi mi ricordai di un eremita che viveva di nulla e andava raccontando dell’avvento di Dio sulla terra, che sarebbe avvenuto in tempi brevissimi e che tutti dovevano convertirsi. Era un tipo strano che nella mia comunità era malvisto, poiché faceva come pareva a lui e lo chiamavano pazzo. Mi incamminai verso il fiume dove predicava. Quando arrivai fu colpito dal mio portamento, credo, dalla luminosa andatura e dall’espressione gioiosa che non se ne andava dal mio volto. Chiesi di essere battezzato e così fece, aggiungendo che in realtà lui battezzava ma che tutti dovevano farlo con lui e con tutti e che questo la gente non voleva capirlo. “Passo le giornate così, avvolto in stracci di pecora e mangiando locuste, dono un segno; spero capiscano e si emancipino ma non funziona. Io sono diventato un mito per loro. Continuo a fare quello che faccio ma l’entusiasmo dei primi giorni sta cominciando a cedere.”. Gli risposi che lui poteva battezzarmi e che a quella gente da ora in poi ci avrei pensato io. Allora mi chiese se per caso ero io quello che tutti aspettavano. E io non ce la feci a non rispondere “Sì”. Ed ero sincero in quella risposta. Perché ero così pieno di luce e forza dentro che ormai ci credevo assolutamente” Ascoltavo stupefatto quest’uomo malinconico; questa figura che nei secoli era un punto di riferimento universale era qui, davanti a me, seduto sulla sponda del mio letto, immerso in una confessione che aveva il peso dei millenni. “Così” chiesi “è tutto un malinteso? Un gioco che hai giocato fino alla fine?”. Rispose: “Se si vuole possiamo chiamarlo gioco. Ma ho fatto quello che facciamo tutti. Ho cercato di dare senso alla mia vita, solo che ho usato un mezzo sbagliato, ho dato ascolto solo a me stesso. E poco importa che molte delle mie parole possano aver funzionato e risuonare ancora oggi. per quanto molte di quelle parole a me attribuite e molti di quei fatti raccontati in quella selezione arbitraria che chiamate “Vangeli” ufficiali risuonino ancora. Ciò che mi spinse non fu nient’altro che ardore giovanile, misto a una cupezza interiore che ribaltavo in frenesia.” Lasciai passare qualche secondo di silenzio (pareva un’eternità). E feci la fatidica domanda: “Ma allora perché sei apparso a me? Io avevo bisogno del tuo aiuto. La mia vita, la mia mente è un inferno. Io cercavo in te il bandolo della matassa e invece mi dici che tu hai un labirinto ancora più grave da sbrogliare”. Gesù rivolse lo sguardo a me, vedevo la sagoma nera della testa tozza fare un giro nella mia direzione. “Io non so cosa vuoi. Non so cosa volete voi uomini. Tutta la mia immagine, i fatti della mia vita, tutto ciò che Paolo costruì in base a ciò che aveva visto e letto hanno fatto danni. Cosa vuoi, insomma?”. Sentivo salirmi dentro un pianto che reprimevo: “Io voglio chiarezza, voglio che tu renda le strade dei miei pensieri limpide”. Allora Gesù si girò di nuovo e reclinò il capo sul petto. “Quanto male ha fatto tutto ciò che mi son lasciato dietro. Una scia incerta, un frammischiarsi di fatti, leggende, fraintendimenti, interpretazioni libere: Tu chiedi a me cosa posso fare io per te. Vuoi la chiarezza. Io ho creduto di avere tutto chiaro, lanciandomi in un’avventura che si è rivelata un disastro. Un esempio da non seguire se vuoi vivere”. E aggiunse, con una voce ferma come mai prima era successo “Tu devi morire. Devi accettare tutto questo. Non c’è nulla dopo la morte. Si muore e basta. Perché tutto muore ma l’uomo non ne vuol sapere? Io sono morto dicendo delle cose che mi uscivano dalla bocca mentre soffrivo i dolori più atroci. Mi prese il delirio più assoluto mentre la sofferenza si acuiva e non riuscivo quasi a respirare. Passavo dal perdonare gli uomini che mi penetravano le carni con i loro strumenti; nell’eccesso della sofferenza, cosciente che quella morte era una sconfitta in cui aveva giocato la vanità, la durezza del cuore, il narcisismo, passavo dal benedire chi mi uccideva allo sconforto per la scoperta che Dio non esisteva e che stavo lì appeso a grondare sangue, irriso da chi mi aveva appeso a finire nel più atroce dei modi. Inventavo profezie, una pioggia passeggera venne scambiata per una tempesta, mi sentivo solo nonostante ai piedi della croce ci fosse mia madre, sola a piangermi e a dirmi che avrei dovuto darle retta; che le cose che mi ero messo in testa erano delle follie. Poi morii”. Ero incredulo; quest’uomo chiamato figlio di Dio non sapeva far altro che parlare di sé stesso. Ebbi un moto di stizza. Avrei voluto dirgli che avrebbe dovuto smettere di confessarsi, che non ero io un biografo, un confessore o che altro. Che ero io il malato. Mi tenni tutto in bocca; ma mi parve che mi avesse letto nel pensiero. Infatti mi disse: “Vedi? Io non so fare nulla. Io non so guarire, né consolare (le mie immagini hanno più effetto di me). Non so giustificare la Storia. Sono una delle tante incongruenze; qualcosa da ricordare, se mai ci fosse qualcosa da ricordare, come una stravaganza nel fiume delle vicende storiche che, quelle sì, hanno una logica ferrea. Ma, come capita talvolta quando certe dinamiche convergono, anche questa stravaganza può avere terreno fertile. Da Paolo in poi, con la sua appropriazione della mia piccola vicenda, il seme, morendo, ha dato frutto. L’evangelista in un certo senso aveva indovinato mettendomi in bocca quella frase. Ma è un frutto che ha avuto bisogno della Storia, delle sue coercizioni, per crescere e diffondersi. Nulla di quello che è nella Chiesa mi riguarda”.

A quel punto il io dolore si trasformò in stanchezza. Forse stavo crollando dopo tanta esasperazione; oppure Gesù mi aveva deluso e il male che questo mi provocava si trasformava in sonno, necessario per non impazzire. Dissi: “Ti chiedo una cosa. Vattene”. Gesù mi rispose con una voce calma, senza né tristezza né felicità: “Certo, me ne vado. Sono venuto per questo. per andarmene da te. Oggi è l’ultimo giorno che Gesù è parte della tua vita. Sono venuto a consegnarti al mondo. A vivere nel mondo, col mondo e per il mondo. E a morire. E ad accettare tutto questo, senza nessuna promessa di nessun tipo”. E così, poco prima del principio dell’alba Gesù sparì. Tenebra che rientra nella tenebra di un mondo. indefinito. Ero solo di nuovo, solo in quella camera e sicuramente solo nella vita che mi aspettava da quel momento in poi. Continuavo a stare male e questo male si accentuò col passare dei giorni; a mano a mano che il tempo passava il mio cervello si disgregava. Il terrore mi pervadeva ovunque fossi e qualunque cosa facessi. Passai i giorni disteso a letto ad assaporare i miei incubi. Nella mia immaginazione mi convinsi di essere un demonio, poi un giorno credetti di essere Gesù Cristo. Mi appropriai della sua persona attraverso passaggi mentali che in quelle condizioni mi sembravano assolutamente logici. Assaporai la prossimità con la pazzia; seppi come si poteva sentire un pazzo che si identificava in Cristo. In quelle condizioni tutto si tiene, tutto si spiega, tutto si giustifica. La mente diventa fluida, elastica come vetro fuso. Come sempre succede in questi casi, fu il tempo a guarirmi; non credevo più di essere Gesù. I diavoli smisero di farmi visita. Ero sistemato alla bell’e meglio ma stavo in piedi, vivevo. La mia salute mentale si era stabilizzata grazie alla prosaicità dei giorni, che sono fratelli del tempo che tutto appiana. Entrato in questo calmo fiume procedevo con cautela, curando la rimarginazione della mia ferita interiore. Il sonno cominciò a migliorare, e così i sogni, sempre immersi in rivisitazioni fantastiche della mia città. Nei sogni avevo ripreso a viaggiare e non più a fuggire. Passarono gli anni e Gesù era finito nel museo mentale dei tanti Nomi cha avevo incontrato nella vita. Rendere la mia vita nel timbro piano della routine mi guarì. O perlomeno credetti di essere guarito, perché una notte mi svegliai di soprassalto, col cuore in gola e davanti a me…

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PAZZI Dante parte 1

DANTE SINIBALDI
Il re dei re

parte prima

È sempre difficile raccontare di creature semidivine, dedite all’osservanza del dio Saturno; creature metà uomini metà stambecchi o cervi o molossi o più frequentemente gufi per non dire dell’aquila.
Aquila soprattutto quando di Dante si reperiva l’ultimo baluardo del rivestimento gettato su un ramo di quell’albero dove son certo abbia passato la notte a scrutare le stelle e i loro segni.

Una volta fu uno straccio per spolverare, di quelli morbidi a fantasia tartan su fondo giallo. Quegli stracci che odoravano di Pronto mobili nelle case dei nonni o stavano poggiati sopra le bottigliette di Sidol nei ripostigli; e che lui usava come foulard.
Piu spesso era una teoria di indicazioni lasciate come un Pollicino che vuol però perdersi e mai più trovare la strada di casa. Al principio era una scarpa, di taglia notevole. Poi appariva la seconda. A un po’di metri più avanti si aveva l’epifania di pantaloni, o neri o tinta cammello, con riga e piega. E un tardo pomeriggio persino un loden.
Lo stesso loden con cui un giorno lo vidi ed esclamai:”Cacciari!”. In quanto simile al nostro filosofo che è tutt’ora un guerrigliero del loden, quasi fosse un costume di scena(lo è).
E cosi Sinibaldi Dante appariva a occhi fortunati nudo. Nudo eccetto un involto sulle pudenda, annodato alla bell’e meglio. O anche senza; e quelle forse erano le giornate in cui la luna lo chiamava con massima intensità.
Dante aveva un corpo nodoso come di quercia; l’ossatura marcava i confini della sua persona alla maniera di un Pontormo.
Dante aveva il barbone nero e pure i capelli che come aureola circondavano la sua Santa Calvizie.
Il volto era di tratti pronunciati e forti. Occhi scuri e fieri come tizzoni.
Una volta (era un circa le tredici di un caldo giugno e la giornata era fradicia di sole) io e mio fratello lo vedemmo arrivare dal fondo della strada vestito unicamente del perizoma artigianale e con una rosa in mano. Un san Paolo o un santo stilita che per un attimo aveva rinunciato alla vedetta nel nome d’Iddio.
Tutto questo per raggiungere la sua zia che stava all’ospizio Muneghette. Io e mio fratello guardammo estasiati la scena: Dante che nuotava nel sole con passo solenne e il solitario fiore scarlatto portato come se fosse dono alla santa Madre vergine. Il portiere dell’ospizio che lo vede, lo gira su se stesso e Danre che continua il percorso, come se nulla fosse e rosa in mano.

PAZZI

Ci sono uomini che raggiungono la vetta senza saperlo.
E in questo caso la vetta è stata il ponte delle Guglie; che risalivo durante una luminosissima giornata d’estate.
La scena è degna di David Lean: una folla così ricca e festosa nel suo assembrarsi durante quel momento di pieno mezzogiorno. Un dispendio di involontarie comparse che si agita dai piedi del ponte sino ai margini estremi del mio sguardo.
E sulla destra del ponte un uomo vestito come un cosacco, arrangiato con mezzi propri (tra cui un paio di stivali di gomma). L’uomo guarda oltre la folla con la mano destra appoggiata sulla fronte per schermirsi dall’incipiente lama del sole alto.

Quest’uomo realizza il sogno di vivere in un’immagine fermata nel tempo, come solo certi film colossali anni ’60 sanno fare. Sta controllando l’arrivo di chissa chi, forse il nemico. È una vedetta scrupolosa e attenta ma è evidente che, dalla sua postura enfatica che è pieno di felicità. È nel suo elemento.

Questo uomo, alto, capelli neri, snello e di bell’aspetto; quest’uomo che finalmente è riuscito a proiettarsi nel mondo che preferiva, mettendo da parte le incertezze e le delusioni del reale, ha messo in atto ciò che molti come me, sognatori disadattati, coltivano nel segreto. Anch’io avrei sempre voluto andare in giro come un pistolero, azzimato tipo Redford in “Butch Cassidy” e anch’io nella stanzetta piu recondita della mente ho travisato vicoli e paesaggi come se fossi in un western. Ma la mia follia è sempre rimasta separata dalle apparenze regolari da usare nel vivere sociali.

Lui invece, da me soprannominato “Dottor Zignago”( ma chi lo conosceva potrebbe dirmi il suo nome e magari il nome con cui, forse, si è battezzato da solo nel giorno della sua Rivelazione), ha fatto il salto ed è entrato di diritto nel periodo in cui lo zar e la zarina vivevano gli ultimi giorni prima di cadere sotto il fuoco ribelle.

Lo si poteva incontrare sempre davanti alla scalinata della stazione; faceva la guardia, con passo marziale sempre con gli stivali da acqua alta e una casacca blu probabilmente originale soviet.
Qualcuno mi disse che era un ex dipendente delle ferrovie; un addetto a non so che mansione. Sempre la stessa fonte mi disse che cominciò a dare segni di squilibrio nei momenti in cui, partito un treno, fingeva di riprendere questo impossibile raccordo con un’invisibile cinepresa a manovella. Ignaro dei 70 mm panavision o forse perchè una cinepresa invisibile rende di più se mimi una manovella invece che tenerla sulla spalla o nella postazione fissa.

La stessa fonte mi disse che era sposato con una donna bellissima. Chissà, tutto vero; tutto falso.
Scelgo il “tutto vero”

Memorie sparse

Sono all’uscita della serra dell’orto botanico. Il posto fresco per eccellenza; quello che, durante la rotazione delle sedi tra colleghi, ti permette di raffreddarti dopo le peregrinazioni nell’orto antico e l’esposizione al sole e ai vapori umidi delle serre.
È asettico come certe stanze da film di fantascienza. La penombra costante amplifica questa asetticità, creando un controluce da cose sperdute. Come le piante presenti nella sala, che, al contrario della controllata selvaticità di quelle dell’orto, guardano fuori dai vetri della porta con la malinconia delle anime dislocate
Ma è l’audio che proviene dal corridoio alla mia destra che mi crea le sensazioni più inquietanti. Il background costante proviene da un video su un monitor; arrivano voci monotone con un accento statunitense. Sono costanti, senza interruzioni. Ma ciò che turba è un audio sovrastante quello del monitor, proveniente da due casse poste in alto. Il suono è di qualità non eccelsa, un po’ovattato. Non capisco cosa dica la voce a cui ho dato un genere, quello femminile (ma potrebbe essere un maschio; preferisco tenermela donna ormai). Si sente un battito cardiaco, poi questa voce che sembra quella di un Hal 9000 ma senza suadenza. Ormai ho deciso che la voce dica a degli astronauti che “hanno 24 ore prima di morire. Ma tu puoi morire di nuovo”.
Poi uno schianto, circondato dal riverbero; non so se sia un’esplosione. Ma no: è un razzo che parte! Dopo questo botto e qualche secondo in cui sembra di sentire il suono delle fiammate dei motori del razzo.
Poi di nuovo il battito cardiaco. E a seguire dei tamburi che eseguono un ritmo forsennato. Questo sempre per manciate di secondi; ritorna di nuovo la voce. È sempre diabolica ma meno aggressiva. Non riesco a fantasticare su ciò che sta dicendo.
Ma immagino che i piloti del razzo siano finiti dentro un’eterna notte da cui non torneranno mai più.

Tutto questo si ripete dopo una pausa in cui un suono piccolo e rado come di synth gocciola dalle casse.

Sono in un pianeta perduto, sono in Solaris o ne “L’invenzione di Morel”
La pena, sottile ma venefica, e quella di essere confinato tra lacerti di memorie che si ripeteranno per sempre e per sempre negheranno il senso autentico e completo. Lasciandomi languire dentro un lago di incerti pesci, talvolta privi di pinna, talvolta di qualche squama; addorittura alcuni senza metà testa o senza coda. O con un buco lì dove c’era una branchia. Guarderò per sempre da queste vetrate; per sempre queste particole di memorie mi rimbomberanno nelle orecchie. Forse sono il racconto di ciò che mi è successo e che mi ha portato qui. E io ho dimenticato tutto.

agosto

tra due giorni sarà ferragosto. e già il cielo comincia a prepararsi al tipico trasecolare verso i pastelli d’autunno. lo fa grazie all’afa che intorbidisce cieli e cose e porta allo spaesarsi in tutti i luoghi, anche quelli che credevamo familiari.
ho sempre amato agosto, nei giorni in cui ero in vita e proprio a causa dello spaesamento. ho cercato e trovato giorni e canicole dentro cui sudare e smarrire.
mare, si (e come non avrei potuto non dire “mare”, tra cruditè di spiagge salentine o paludi lagunari o desolazioni battistiane di spiagge libere lidensi o di stabilimenti salati e provvisti di juke box) ma meglio ancora “città”. e non solo la puttaneide Venezia che nel ricordo ancora sto urtando porosità e mattoni mentre guadagno le Zattere sotto una luce di oro grezzo e silenzi di cui rimbomba forte l’eco come di raddoppi di contrabbassi. O tende verdi che alitano a una brezza momentanea, sotto cui il sole entra di taglio fino a sbattere sul terrazzo alla veneziana. e puzze, puzze di marcio provenienti dalle orinose acque dei canali “dove una volta potevi farci il bagno”
parlo proprio di citta città, citta vere. tanfo di asfalti morboso e inevitabile, acre come un salume marcio, riflessi bluastri addosso a vetrine di negozi chiusi come sacelli trasparenti, dentro le cui vetrine giacciono sconfortati manichini. o edicole rugginose, aperte solo quelle che come buddha delle ffss tracimano di trucida pornografia, di seni neri come la pece, labbra schiaffeggiate da incipienze di rossetti e vulve demoniache e copiosi trans e inarrestabile omosessualità, coprofagia, incesto, zoofilia.

città dove dietro una strada si apre una cittadella resistente, fatta di case dell’ina, una piccola corte, un cane allungato sopra uno schizzo d’erba.
e nessuno

a capo

nessuno come il Fellini dei momenti migliori ha saputo illuminare (nel senso della lampada a xenon)il vagare, l’incontrarsi e respingersi degli addendi non sommabili della vita. questi addendi, che mai trovano risoluzione e girano senza pace, se vuoi sopportarli devi indossarli come un paio di mutande, con la stessa scioltezza con cui, spensieratamente e automaticamente, dopo la doccia passi all’intimo.
poi non so dire se la abbastanza giovane donna appollaiata sulla sedia di uno dei tanti bar della fondamenta indossasse o no le mutande. La do 50-50; non ho verificato.
la abbastanza giovane donna (30-35?), ma che dico appollaiata? direi allungata in un equilibrio che solo la nonchalance con cui affrontava l’acrobatica posa rendeva stabile. Nonchalance data dal vino che era evidente dal suo parlare e da certi occhi traslucidi che lentamente raggiungevano i due uomini che la interpellavano.
Era bella, era brutta. Di primo acchito pareva un’entità distinta tra tutti gli astanti e non solo per la posa in cui praticamente teneva le snelle gambe pressochè spalancate, con la sinistra appoggiata sullo schienale di un’altra sedia. Ma quelle labbra erano troppo gonfie e violacee per essere vere e dopo un primo sguardo stupefatto notavo il viso magro e la testa piccola e due zigomi che scavavano le già scarse guance. Parlava e rideva, tutto a fatica ma compiaciuta, mentre i due tizi davanti a lei, ritti in piedi come soldatini e con gli occhi lucidi dalla voglia di rimorchiarla, snocciolavano battute sempre più allusive.
Questa visione è stato il colpo di grazia al termine di una serata in cui i discorsi e le memorie rispolverate mi han trovato una volta di più davanti (e disarmato a parte l’arma della Fuga) all’insanabile caos dell’esistenza. Dei motivi per cui noi animali preferiamo seguire istinti che portano appagamenti rapidi e tutte le complesse manovre a monte per ottenere piacere. Posso odiare tutto questo., amandolo. Posso amare tutto questo odiandolo. Ma l’errore sta nel cercare di venirne a capo. Chi come me è afflitto da questo disturbo mentale, questa tara psichica che sfianca e rende noi invisi alla vita, invisi a questa città che odia gli innamorati piagnucolosi e ama i rapaci ghermitori della sua vulva odorosa di ostriche passate; partner che la riempiono di mazzate dopo essersela fottuta e lei “ancora, ancora”, sa quanto grave e in fondo inutile sia questo trafficare del proprio demone “sbagliato”.

Venirne a capo, spianare il terreno per un equilibrio diffuso, ridurre il dolore che la contraddizione perenne reca inevitabilmente con sè, potrebbe essere la più grande scemenza che un uomo possa compiere; sempre che non abbia deciso scientemente di accompagnarsi per le strade di un lentissimo suicidio.
La fondamenta e gremita; quasi nessuno usa la mascherina. Distanziamento sociale annullato. Il sole, complice, bagna la strada col suo oro tutti, indistintamente. E spietato disegna le silhouette dell’eterno ritorno dell’Insanabile. In cui, forse, anche uno come me è solo la pedina dello stesso gioco.

RESILIENZA

Che dire? Dopo 52 anni di disonorata carriera esistenziale penso che le leggi non della felicita ma della tensione verso la vita siano 1) NON SI DEVE PIACERE A TUTTI e 2) SEGUI IL TUO DEMONE ANCHE SE TI UCCIDERÀ. Non c’è scampo per i pochi uccelli rari. La buona notizia è che la felicità arriva solo a momenti, la vita invece c’è sempre, in ogni attimo. E ogni attimo può essere creazione di mondi, travisamento del dato oggettivo con finalità plastiche. Benvenuto malumore quindi! Benvenuta solitudine. Benvenuta marginalità. Uccidere il sogno del regalo promesso al termine di ogni nostro sacrificio propiziatorio; la realta così com’è è sempre un “può essere altro”. Edifici che crollano e rovine conquistate da erbe tenaci e rampicanti dalle forme creative. Un graffio su una superfice di legno può essere altro. Non c’è che la creatività a sostenere una strada non voluta che la maggioranza sceglie di percorrere e dentro questa maggioranza c’è una maggioranza che si attacca al tram di dipinti già dipinti e li ricopia in scala minore (armonica mai melodica) per sopravvivere nel club dei “più” in un interscambio sterile che chiude le porte all’ e se fosse?”. Chi non vuole essere riconosciuto, amato, stimato? Tutti! Sarebbe folle escludere il sociale da noi stessi. Pure dannoso. Ci sono nature beate che hanno però il destino di essere prigioniere del loro demone. Chiedono amore; spesso non san darlo perchè annegano nel mare tempestoso del reietto. Siamo sempre soli, siamo sempre con gli altri. Inutile negare i profili della nostra “isola”. Facciamo capolavori, piuttosto. Non ci sono vere seconde possibilità. “Voglio un’altra vita ma che conservi il ricordo di questa “(Camus)

ONE OF THESE THINGS FIRST

Ho partecipato, su FB al gioco dei 10 dischi fondamentali della propria vita

Uno al giorno, senza un ordine particolare… ma un anno ben preciso; 2006. All’epoca ero un uomo felice; ma che dico felice! Molto più che felice: ero vivo. Avevo appena lasciato un lavoro che da anni mi rendeva schiavo, un topo di notte senza più interesse ad avere rapporti col mondo. A dire la verità fino in fondo era un lavoro che avevo cercato, in quanto ho una indole per metà talpa e schiavo. Dopo 14 anni ero di nuovo libero, disoccupato e padrone del mio tempo. Certo, ero a due millimetri dall’alcoolismo cronico, bevevo in maniera omerica e di tutto, con preferenza per Negroni e whiskey. Ma avevo preso una decisione, difficile da mantenere ma mia. Pesavo 105 chili e, grazie a tre anni di musica di strada ero arrivato a 82. Mangiavo come potevo e cosa trovavo ma preferivo bere. I soldi del buskeraggio finivano in spritz al bitter. Avevo anche avuto una velocissima storia d’amore che, benchè breve, riuscì a farmi toccare corde di me stesso ancora sconosciute e che mi resero nevroticamente assetato di vita, pure nell’ossessione mentale più invalidante. All’epoca avevo un po’ abbandonato l’ascolto del jazz e mi ero messo a ravanare tra ascolti vari. Non so perché un giorno mi attraversò la mente il nome di Nick Drake; era dagli anni 80 che non ne sentivo parlare. E l’unico mio incontro non era un ascolto ma un articoletto con la famosa foto sulla panchina, in un vecchio numero di “Ciao 2001”. Voglio pensare che nel 2006 passò un demone, a me molto molto intimo, a suggerirmi quel nome perché,, altrimenti ciò che successe mi appare ancora oggi inspiegabile.
Seguendo questo impulso automaticamente cominciai a scaricare una canzone di Nick; era “Time has told me”, da “Five leaves left”. La canzone scorreva e senza accorgermene sentivo grosse calde lacrime scendermi sulle gote. Ho un ricordo visivo di lacrime che non vidi: ampie perle trasparenti con un leggero riflesso di sole. Non sapevo ancora in quel momento che, dopo 35 anni e passa di intensi e drammatici e inebrianti ascolti musicali, avevo incontrato mio fratello! Il mio doppelganger in musica. La messa in suono di ciò che erano i miei sguardi e il travisamento mentale dell’oggetto che praticavo mentre me ne andavo in giro da solo o scandivo le stagioni con rosari e scaramanzie e scendevo a patti con la metereologia o contavo i grani di sabbia nei lidi puglies,i in cerca di un posto dove essere. Dopo “Time has told me” scaricai, con una selezione casuale, “At a chime of a city clock” e “One of these things first”. Devo descrivere cosa provai? Mi sentii morire e rinascere; vedevo profili di case sfregiati da ombre nette e campanili di dolci cittadine con cieli morbidi e gialli. Vedevo una dolcezza infinita, nel girotondo di “One of these things”; sentivo questa voce così tenue ma allo stesso tempo ferma, con le sue deviazioni ritmiche, da cantante perfetto, sentivo la chitarra procedere sonnambula o inasprirsi e diventare inflessibile e tagliente nel suo cammino. Già perché la cifra di Nick Drake è il distacco nell’espressione del suo pathos. Lui non ha nessun trucco per accattivare o suscitare il tuo pianto felice. O, meglio,, usa il trucco più sublime; procede distante e inesorabile in una sottrazione e understatement che giocano di contrasto. Lui sa che i suoi racconti non vanno ingoiati come uno squisito dolce alle mille creme ma son qualcosa di meglio e di più; un dolce veleno che si inerpica nelle tue vene senza quasi che te ne accorgi e quando hai capitolato sei felice della tua scelta. Sono anni che io ho capitolato; anni in cui la mia ricerca di Nick è stata febbricitante; trovavo un libro su di lui, a fatica,e lo compravo di getto;, andavo alla Feltrinelli e mettevo in prima fila i suoi cd (finalmente in ristampa) perché tutti dovevano sapere. Ho recuperato i vinili nelle maniere più disparate. Quando mi incontrai con Franca Pullia nel primo dei tre giorni precedenti la nostra storia d’amore, che finì ma che ci vede ancor oggi unitissimi in un altro modo; la prima cosa che feci fu regalarle una copia di “Bryter Layter”. Ricordo Stefania Galluccio che si preoccupava della mia ossessione drakiana, perché temeva che tutto ciò mi portasse ad una prostrazione senza ritorno. Io che già due volte ero caduto nel pozzo della depressione. Non ero depresso, però. Niente affatto. Ero delirante, come tutti i cuori innamorati ero ubriaco di una sostanza malefica ma squisita e indimenticabile. Io non ho mai percepito Nick Drake come un triste barbogio pianta lagne. La Bellezza e la Levità della sua musica sono così sottili e ariose, così simili a un’impalpabile zucchero che ti cosparge con una carezza. Son suoni così pieni di Grazia, una seconda grazie, che ispirano uno sconfinato amore per la vita, in realtà. Anche una grande cantonata verso ciò che è la vita. Siamo onesti; vorremmo tutti essere in quella lunghezza d’onda per sempre. E’ un paradiso, dove le foglie dei platani inverdiscono per il rossore del sole, e il sole si tramuta in una arancia zuccherina, e la luce si sfalda e diventa azzurrina in prossimità di una deviazione da una stradina all’altra. Forse Nick Drake è sapere che la città arde di sole e tu te lo godi leggendo i segni riflessi nella penombra. Quelli presenti in Bryter Layter, almeno. Che, ad onta di un racconto di un fallito viaggio nella grande città, tradisce un amore di vivere che non si può trattenere, nemmeno da chi lo ha scritto ed eseguito.Ma siccome possiamo scegliere io scelgo Nick Drake. Scelgo il volo. So che sceglierlo significa tentennare davanti a una staccionata e il limite di Nick è la non volontà di andare oltre, di spezzare un divino ma mortifero incantesimo. Non poteva più fare musica dopo questi tre dischi , a meno che non avvenisse qualcosa di così sconvolgente nella sua in fondo non così eccitante vita da portarlo ad una quarta tappa. “Five leaves left” è il biancoenero, “Bryter Layter” un magico carosello di colori e un’avventura per le vie di una grande città fino allo sguardo verso i cieli del Nord. E Pink Moon, il suo disco più bello, è color marrone come le corde di budello inserite nel suo set che ha sopportato le più assurde accordature aperte.
Io sono un layteriano; anche oggi che lo ascolto molto meno, Nick mi veglia, di fronte al mio letto, con i tre album appoggiati su un piano, chiusi in una busta di plastica. E davanti a tutti indovinate quale ho messo?