È bellissimo il tramontare

RESILIENZA

Che dire? Dopo 52 anni di disonorata carriera esistenziale penso che le leggi non della felicita ma della tensione verso la vita siano 1) NON SI DEVE PIACERE A TUTTI e 2) SEGUI IL TUO DEMONE ANCHE SE TI UCCIDERÀ. Non c’è scampo per i pochi uccelli rari. La buona notizia è che la felicità arriva solo a momenti, la vita invece c’è sempre, in ogni attimo. E ogni attimo può essere creazione di mondi, travisamento del dato oggettivo con finalità plastiche. Benvenuto malumore quindi! Benvenuta solitudine. Benvenuta marginalità. Uccidere il sogno del regalo promesso al termine di ogni nostro sacrificio propiziatorio; la realta così com’è è sempre un “può essere altro”. Edifici che crollano e rovine conquistate da erbe tenaci e rampicanti dalle forme creative. Un graffio su una superfice di legno può essere altro. Non c’è che la creatività a sostenere una strada non voluta che la maggioranza sceglie di percorrere e dentro questa maggioranza c’è una maggioranza che si attacca al tram di dipinti già dipinti e li ricopia in scala minore (armonica mai melodica) per sopravvivere nel club dei “più” in un interscambio sterile che chiude le porte all’ e se fosse?”. Chi non vuole essere riconosciuto, amato, stimato? Tutti! Sarebbe folle escludere il sociale da noi stessi. Pure dannoso. Ci sono nature beate che hanno però il destino di essere prigioniere del loro demone. Chiedono amore; spesso non san darlo perchè annegano nel mare tempestoso del reietto. Siamo sempre soli, siamo sempre con gli altri. Inutile negare i profili della nostra “isola”. Facciamo capolavori, piuttosto. Non ci sono vere seconde possibilità. “Voglio un’altra vita ma che conservi il ricordo di questa “(Camus)

ONE OF THESE THINGS FIRST

Ho partecipato, su FB al gioco dei 10 dischi fondamentali della propria vita

Uno al giorno, senza un ordine particolare… ma un anno ben preciso; 2006. All’epoca ero un uomo felice; ma che dico felice! Molto più che felice: ero vivo. Avevo appena lasciato un lavoro che da anni mi rendeva schiavo, un topo di notte senza più interesse ad avere rapporti col mondo. A dire la verità fino in fondo era un lavoro che avevo cercato, in quanto ho una indole per metà talpa e schiavo. Dopo 14 anni ero di nuovo libero, disoccupato e padrone del mio tempo. Certo, ero a due millimetri dall’alcoolismo cronico, bevevo in maniera omerica e di tutto, con preferenza per Negroni e whiskey. Ma avevo preso una decisione, difficile da mantenere ma mia. Pesavo 105 chili e, grazie a tre anni di musica di strada ero arrivato a 82. Mangiavo come potevo e cosa trovavo ma preferivo bere. I soldi del buskeraggio finivano in spritz al bitter. Avevo anche avuto una velocissima storia d’amore che, benchè breve, riuscì a farmi toccare corde di me stesso ancora sconosciute e che mi resero nevroticamente assetato di vita, pure nell’ossessione mentale più invalidante. All’epoca avevo un po’ abbandonato l’ascolto del jazz e mi ero messo a ravanare tra ascolti vari. Non so perché un giorno mi attraversò la mente il nome di Nick Drake; era dagli anni 80 che non ne sentivo parlare. E l’unico mio incontro non era un ascolto ma un articoletto con la famosa foto sulla panchina, in un vecchio numero di “Ciao 2001”. Voglio pensare che nel 2006 passò un demone, a me molto molto intimo, a suggerirmi quel nome perché,, altrimenti ciò che successe mi appare ancora oggi inspiegabile.
Seguendo questo impulso automaticamente cominciai a scaricare una canzone di Nick; era “Time has told me”, da “Five leaves left”. La canzone scorreva e senza accorgermene sentivo grosse calde lacrime scendermi sulle gote. Ho un ricordo visivo di lacrime che non vidi: ampie perle trasparenti con un leggero riflesso di sole. Non sapevo ancora in quel momento che, dopo 35 anni e passa di intensi e drammatici e inebrianti ascolti musicali, avevo incontrato mio fratello! Il mio doppelganger in musica. La messa in suono di ciò che erano i miei sguardi e il travisamento mentale dell’oggetto che praticavo mentre me ne andavo in giro da solo o scandivo le stagioni con rosari e scaramanzie e scendevo a patti con la metereologia o contavo i grani di sabbia nei lidi puglies,i in cerca di un posto dove essere. Dopo “Time has told me” scaricai, con una selezione casuale, “At a chime of a city clock” e “One of these things first”. Devo descrivere cosa provai? Mi sentii morire e rinascere; vedevo profili di case sfregiati da ombre nette e campanili di dolci cittadine con cieli morbidi e gialli. Vedevo una dolcezza infinita, nel girotondo di “One of these things”; sentivo questa voce così tenue ma allo stesso tempo ferma, con le sue deviazioni ritmiche, da cantante perfetto, sentivo la chitarra procedere sonnambula o inasprirsi e diventare inflessibile e tagliente nel suo cammino. Già perché la cifra di Nick Drake è il distacco nell’espressione del suo pathos. Lui non ha nessun trucco per accattivare o suscitare il tuo pianto felice. O, meglio,, usa il trucco più sublime; procede distante e inesorabile in una sottrazione e understatement che giocano di contrasto. Lui sa che i suoi racconti non vanno ingoiati come uno squisito dolce alle mille creme ma son qualcosa di meglio e di più; un dolce veleno che si inerpica nelle tue vene senza quasi che te ne accorgi e quando hai capitolato sei felice della tua scelta. Sono anni che io ho capitolato; anni in cui la mia ricerca di Nick è stata febbricitante; trovavo un libro su di lui, a fatica,e lo compravo di getto;, andavo alla Feltrinelli e mettevo in prima fila i suoi cd (finalmente in ristampa) perché tutti dovevano sapere. Ho recuperato i vinili nelle maniere più disparate. Quando mi incontrai con Franca Pullia nel primo dei tre giorni precedenti la nostra storia d’amore, che finì ma che ci vede ancor oggi unitissimi in un altro modo; la prima cosa che feci fu regalarle una copia di “Bryter Layter”. Ricordo Stefania Galluccio che si preoccupava della mia ossessione drakiana, perché temeva che tutto ciò mi portasse ad una prostrazione senza ritorno. Io che già due volte ero caduto nel pozzo della depressione. Non ero depresso, però. Niente affatto. Ero delirante, come tutti i cuori innamorati ero ubriaco di una sostanza malefica ma squisita e indimenticabile. Io non ho mai percepito Nick Drake come un triste barbogio pianta lagne. La Bellezza e la Levità della sua musica sono così sottili e ariose, così simili a un’impalpabile zucchero che ti cosparge con una carezza. Son suoni così pieni di Grazia, una seconda grazie, che ispirano uno sconfinato amore per la vita, in realtà. Anche una grande cantonata verso ciò che è la vita. Siamo onesti; vorremmo tutti essere in quella lunghezza d’onda per sempre. E’ un paradiso, dove le foglie dei platani inverdiscono per il rossore del sole, e il sole si tramuta in una arancia zuccherina, e la luce si sfalda e diventa azzurrina in prossimità di una deviazione da una stradina all’altra. Forse Nick Drake è sapere che la città arde di sole e tu te lo godi leggendo i segni riflessi nella penombra. Quelli presenti in Bryter Layter, almeno. Che, ad onta di un racconto di un fallito viaggio nella grande città, tradisce un amore di vivere che non si può trattenere, nemmeno da chi lo ha scritto ed eseguito.Ma siccome possiamo scegliere io scelgo Nick Drake. Scelgo il volo. So che sceglierlo significa tentennare davanti a una staccionata e il limite di Nick è la non volontà di andare oltre, di spezzare un divino ma mortifero incantesimo. Non poteva più fare musica dopo questi tre dischi , a meno che non avvenisse qualcosa di così sconvolgente nella sua in fondo non così eccitante vita da portarlo ad una quarta tappa. “Five leaves left” è il biancoenero, “Bryter Layter” un magico carosello di colori e un’avventura per le vie di una grande città fino allo sguardo verso i cieli del Nord. E Pink Moon, il suo disco più bello, è color marrone come le corde di budello inserite nel suo set che ha sopportato le più assurde accordature aperte.
Io sono un layteriano; anche oggi che lo ascolto molto meno, Nick mi veglia, di fronte al mio letto, con i tre album appoggiati su un piano, chiusi in una busta di plastica. E davanti a tutti indovinate quale ho messo?

Turtle

Life is something short that

Sometime seems too long and when

Is short is good

And when is long is something like hell hell without fire

And I’m a turtle I’m a turtle

That swim across a deep ocean

That swim across a dark ocean

I must be patient I must be patient

I must  taste ev’ry single drop of my time

Life is something hard if you must swim to save your life

But some little time you can stop and feel the sun into your bones but you mustn’t stop for too long time

You have to swim to catch the sand and leave your eggs for the future

And I’m a turtle I’m a turtle

That swim across a deep ocean

In search of sand for leave her future

I’m a turtle and I want to sleep

Sleep and nothin’else

For a thousand of years

I’M NOT YOUR NEGRO

So you wanna throw me a basketball

Waiting for me chasin’

Just like your house dog

Your trusted and obedient servant.

You wish that history come back

At least of two hundred years

When you were just stole lands

Making my sister clean your hotel room

Well I’m not yor negro

I’m not that kind of negro

Don’t bother me with this kinda shit

From me you’ll only bludgeoned

So the white loneey with toupèe

The new Willy Simmons reborn

Want us to bite again the dust

And delete the few victories achieved

Whit his lovely mannequin wife

And her wonderful white laugh

And sons of pure aryan race

Slammed against our broken theets

Well I’m not yor negro

I’m not that kind of negro

Don’t bother me with this kinda shit

From me you’ll only bludgeoned

Marianne Bojadè

La mia donna é una giraffa

sta seduta che si sbaffa,

con gli occhi cherosene

il pigiama la contiene

e ne avanza (quant’é magra;

La sua schiena curva ed agra

due tettine assai puntute

unghie lunghe blupittate)

È una gatta fusillona

é una matta capellona.

Denti stretti, smeraldini:

non ne vuole di bambini

che gli ronzano d’attorno.

“Dei marmocchi per contorno?

Vieni qui, amore mio

che ti faccio veder Dio

tra le trame delle ossa

tra le gambe, nella fossa.”

E Marianne, (già!) si chiama,

bagascetta che mi ama.

Spinge forte il suo ginocchio;

sul mio ventre crea un dosso

Pulsa forte il mio pene!

Oh delizia di catene

un po’ambrosia un po’assenzio

Folle sesso senza senso

senza fine né principio.

Di piacere stillicidio.

The one hand game

 

 

 

 

pre-distressed-vintage-bicycle-playing-cards-3life doesn’t have a lot of faces

life has only a face;

to live is to die

and in the meantime to live.

living is to play to a game of which you don’t know the rules.

a game of cards with only one hand; the game begins to the sudden one. Win or lose.

and if you lose you must play cards for the rest of your life.

day by day, there’s no way.

if you lose you must make a long walk of stones and brambles.

if you win the road it will be paved of gold.

you win or you lose you will take taste for your road.

if you win you will have the best doctors to the bedside

if you lose you will have played the blues in the road

TESEOMORFEO

Dei miei sogni non so niente

e però son così miei questi “angioletti”

che ne afferro il senso solo nel momento

in cui li faccio, in cui li vivo.
Strade così bigie e umide

giardini 900 con tristi alabarde

e fossili d’alberi, piani nel controluce.

E ghiaia e morte-vive nude

divinità in posa.

E l’Oltre-quei-luoghi, che intuisco appena, colgo una fessura con sguardo ipermetrope

in un recondito, inessenziale basamento di cemento.

Lì c’è il senso, lì sta il Minotauro muggente;

Il tesoro il codice la retta del labirinto il cuore

il senso del sogno e il Gran Signore.

L’assenza di ponti giungenti isolotti della mia città-altra a fianco della mia

città propria, che ponti ha ma non voglio

superare quanto negare

la greve realtà dei suoi cementi e inferriate.
O quei sorprendenti viaggi in astroaerei per le periferie Americane;

con gli empori di copertine turbini acquosi e lilla che mi invitano ad annegare. O cinema in cui traslitterare risignificare pellicole care in set perturbati.

Qui vaga il Minotauro, immobile

nel centro del senso mentre

da un buio cespo di rovi la sua mano vuol ghermirmi.